Un breve racconto di un Illegal friend . Da leggere e apprendere

14 agosto 2014
Nicola Volpi

Oggi vi vogliamo proporre un breve racconto di un illegal friend che offre uno spunto per vivere al meglio questo sport fantastico. Una visione molto bella e una riflessione su cui soffermarsi per poter imparare come si vive lo sport, anche da professionisti.

Non era stata una gran settimana a lavoro. Le cose non si sbloccavano, eppure tutti erano pronti a chiederti qualcosa: chi ti stava sotto voleva più tempo, chi ti stava sopra voleva più risultati e i clienti, semplicemente, volevano sempre di più.

Allo stesso prezzo, certo.

Ma se il lavoro era un guerra, io avevo tenuto la posizione, senza fuggire la battaglia e adesso potevo permettermi quel giorno tutto per me: ero cerchio, e divoravo la distanza con movimento fluido, l’asfalto scorreva liscio, facevo parte del gruppo eppure ero solo.

Un angolo di me si teneva stretti i pensieri, perché nel cervello si nasconde un carceriere che difficilmente ti concede libertà. Ma io ero in fuga, toccava a lui inseguire.

Il cambio era una pausa silenziosa, nella quale gli occhi stavano attenti ai dettagli, di modo che l’economia di movimento snellisse l’operazione.

Per quanto potevo staccare dai problemi? Questa domanda, sorta spontanea, non era che l’ennesimo tranello della mente per rituffarmi in ragionamenti pesanti: <<devi fare di meglio>> sussurrai, con un lieve sorriso sulle labbra.

Ero di nuovo in velocità, lama che taglia l’acqua senza provocare schizzi. I rumori ovattati, l’essere tutt’uno con l’elemento che ti sostiene. Qualsiasi cosa andasse storta, nella storiella chiamata vita, importava poco: in quel momento ero solo armonia.

E poi, nell’esistenza, non era tutto buio. Avevo trovato una persona giusta per me, il mio sentiero si era fatto abbastanza largo per entrambi.

<<Ecco>> dissi a bassa voce <<vedi? Non hai potere, sono io a governare i miei pensieri.>>

Quella piccola meschina parte di me, quella che voleva tanto farmi sprofondare nell’autocommiserazione, non seppe replicare, non poteva, aveva perso il momento, non le era bastato nemmeno il secondo cambio: ero divenuto artiglio che graffia la strada.

Ad ogni passo, con cadenza regolare, il mio cuore rideva, la mia anima s’illuminava e il mio essere era completo.

Giunsi al traguardo. Il triathlon era finito, le classifiche c’erano e forse per qualcuno contavano. Non per me, non le guardai. Avevo vissuto un’esperienza che non si poteva ridurre ad un numero.

 

A.F.

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